76 anni dopo il bombardamento di Villalvernia

Domani, 1° dicembre, ricorre il 76esimo anniversario dal bombardamento di Villalvernia. Ecco, oggi il paese è decisamente cambiato da quel giorno, anche le persone che sono sopravvissute, oggi non rimangono che pochi testimoni, forse una manciata.

Per ricordare e non dimenticare ripropongo qui un racconto che scrissi tanti anni or sono. Mi pare renda bene l’idea.

Villalvernia e “i giorni del bombardamento”

Proviamo, in estrema sintesi, a raccontare l’evento relativo alla data del primo dicembre, scolpita nella memoria in maniera perenne. Vorrei qui di seguito ricordare quel periodo e quanto accadde, come fosse un racconto, purtroppo vero. All’epoca, vale a dire negli anni che precedettero il bombardamento, i ferrovieri avevano occupato la Società ed il Comune, ce n’erano in più punti del paese. Arrivava un treno apposta da Genova che li portava qui.

Sempre a quell’epoca la Società di Mutuo Soccorso era piena di ferrovieri. In Comune facevano i permessi per andare a Genova; là c’erano anche gli uffici della ferrovia. Nelle scuole c’erano cinque classi, le insegnanti erano: la maestra Porrati, la signorina Ida Corana, una maestra di Genova e la signorina Maria Persi; quest’ultima insegnava in Municipio, lassù in cima, dove c’è quell’abbaino che ancora oggi è ben visibile, ha sempre fatto scuola lì; la signorina Raimonda andava a dar ripetizione alla figlia del Capo Compartimento che alloggiava in Canonica.

I ragazzi andavano a scuola in casa canonica al pian terreno, sul lato rivolto verso il Comune, proprio dove morirono due alunni durante l’ora di lezione: Francesco Ratti e Vittorio Francesco Sicbaldi, colpiti da una scheggia entrata dalla finestra. I ferrovieri erano a Villalvernia da un anno circa, quindi il bombardamento coincise pressappoco con la loro venuta.

Si diceva allora che i documenti, le cose più importanti del movimento della ferrovia di Genova, fossero qui a Villalvernia. Bombardarono proprio dove c’erano loro: la Società di Mutuo Soccorso e una parte del Comune. In paese, i sopravvissuti hanno sempre sostenuto che ci fosse stata qualche spiata, proprio perché all’epoca il Compartimento di Genova portò via tutti gli impiegati e venne a trasferirsi qui.

La mensa per i ferrovieri era nel cortile dell’attuale caserma, là c’era un tendone, ci lavorava Rosina, la mamma di Maria Corana, e Gina – la zia di Angelo Timo – che rimase ferita. Ferrovieri morti ce ne furono molti. Fu bombardato anche l’Asilo e l’adiacente Villino Canobbio. Era famosa, la signora Rosa Alloni, la levatrice del paese, in pratica fece nascere gran parte dei villalverniesi, abitava poco distante dalla Società, morì pure lei durante una delle incursioni aeree.

I corpi delle vittime all’interno della chiesa

Medico del paese era il dottor Campi. Credo sia significativo riportare un breve sunto di ciò che si trovò a vivere in pochi attimi un’alunna in quel triste giorno. “Erano le ore 14, io ero a scuola e si sentivano gli aerei che giravano e la mamma di una ragazza di nome Marisa che abitava sulla salita del forno, come ha sentito gli apparecchi, la ha mandata a prendere; quindi c’è stato tutto il tempo.

La figlia non volle uscire, dopo che un ragazzo – Enrico Canobbio –la venne a chiamare, ma lei non volle andare, così siamo rimaste tutte e due nel banco al nostro posto. Nello stesso momento la maestra dice: riprendiamo; ha chiamato Francesco e gli ha detto, fammi il riassunto del racconto sul sillabario. Lo ha mandato nel mio banco, io sono uscita dal banco, lui è entrato, si è seduto nella metà ed io mi sono seduta di fianco a lui, lui si è alzato in piedi e ha iniziato il racconto ed è finita lì, perché è successo un finimondo, un boato tremendo, tutta una polvere, un fumo denso.

La distruzione delle bombe

Tutte delle cose nere ed io chiudevo gli occhi perché nulla mi s’infilasse dentro. Erano schegge, picchiavano dappertutto. Poi, ricordo solo la maestra che ci ha detto: venite, venite fuori. Siamo usciti tutti nel corridoio della Canonica e siamo rimasti lì due o tre attimi, intanto mi sento tirare il grembiulino, era Franco Sicbaldi che mi diceva in dialetto genovese: ci ammazzano tutti, nel frattempo, udiamo un rotolar di scale, c’era la signorina Raimonda seguita da un ragazzo, cui andava a dar lezione, e da don Michele Carlone. La signorina Raimonda aveva evidentemente l’esigenza di andare a vedere i suoi, è uscita, io ho visto la porticina aperta sempre con tutte queste cose nere che volavano e siccome mio papà e la mia mamma mi dicevano sempre: se succede qualche cosa e senti gli apparecchi, non andare da nessuna parte, vieni a casa; io sono uscita per venire a casa, come esco, ho dovuto scavalcare un uomo morto lì sul cancello della Canonica, non aveva più le suole delle scarpe indosso quel pover’uomo, era lungo disteso, si vedevano i piedi, aveva su le scarpe ma senza la suola. Bisognava esserci e vedere, quando gli aerei sono spuntati da dietro il castello, si sono allargati e hanno cominciato a far fischiare le loro bombe che venivano giù in un modo incredibile, solo chi ha visto può raccontare qualcosa di simile”.

La Società di Mutuo Soccorso fu rasa al suolo completamente, non fu più ricostruita, fu invece edificato il palazzo sulla Strada Statale. L’asilo infantile non fu raso al suolo completamente. All’epoca, non c’erano suore, ma le signorine Righi, due sorelle – maestre d’asilo – di Casteggio. All’asilo non ci sono state vittime, con tutta probabilità quel giorno l’asilo era chiuso. Pare che durante la prima incursione, metà delle bombe sganciate siano finite oltre la ferrovia. Di conseguenza, se una buona parte delle bombe non fosse finita là, non ci sarebbe stato neanche un sopravvissuto. Probabilmente c’è stato un tentativo di far saltare anche la ferrovia che, non dimentichiamolo, è una linea molto importante: la Milano-Genova. Dopo il bombardamento, gli uffici della ferrovia furono trasferiti nuovamente a Genova. Tutto il paese era sfollato a Bettole per potersi riorganizzare e cominciare una nuova vita al ritorno. E poi, Bettole era una frazione di Villalvernia, collegata con una barca e un barcaiolo che traghettava la gente sull’altra sponda.

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